CONFESSO CHE HO BEVUTO.

Il Recital di Bocheteatro  conduce lo spettatore in un viaggio coinvolgente alla scoperta del mondo del vino come metafora della riscoperta dei valori autentici della vita.

Una miscela di invenzione e tradizione, per addentrarsi in quella che oggi è considerata una vera cultura, l’espressione di un mondo che sa ancora esprimere amore, cura, passione, rispetto per le cose della terra.

Lo spettacolo è stato replicato  in teatri, in occasione di inaugurazioni di stagioni teatrali, cantine, piazze.

Il testo poetico si condensa in una miscela di musica, profumi e odori descritti dai brani scelti da diversa letteratura.

Spettacolo disponibile in varie versioni, a seconda della situazione.

Durata: 60 minuti, atto unico.

QUELL'ANNO A BALANOTTI

da Paese d’ombre di Giuseppe Dessi

con Giovanni Carroni

musiche dal vivo Graziano Porqueddu

adattamento drammaturgico e regia Giovanni Carroni

 Protagonista di “Paese d’ombre” (1972 Premio Strega), romanzo di Giuseppe Dessì, è Angelo Uras di cui si ripercorre la vita, dall’infanzia alla vecchiaia. Diviso in 5 “parti”. Ambientato a Norbio (che è poi Villacidro, la città natale dell’autore), paesino posto sulle pendici del monte Limas, vicino Cagliari (Sardegna). Il romanzo offre una galleria di personaggi di grande rilievo. E riesce a coniugare alcuni temi importanti, come quello della rivolta sociale e dello sfruttamento tra ricchi e poveri, e il tema ecologico: temi fondamentali per comprendere la realtà sociale non solo della Sardegna, ma dell’Italia nel periodo post-1945.

Storia sociale e politica, e vicende personali e della fiction si intrecciano. Angelo Uras vive con la madre Sofia Curreli. E’ benvoluto dal possidente conte don Francesco Fulgheri, burbero e anticonformista. Come avvocato, aveva difeso Pantaleo Mummìa, pastore reo di aver reagito alla legge delle chiudende (1821) che aveva cancellato l’antico diritto delle terre comuni per il pascolo e il bosco, permettendo ai pochi di impadronirsi della terra fino ad allora libera per l’uso della pastorizia. Mummìa fu impiccato sulla piazza principale del pase 40 anni dopo i fatti, dal governo dell’Italia unita. 

Don Francesco muore ucciso per una vendetta, e lascia ad Angelo tutta la sua fortuna. Sofia rifiuta parte dell’eredità, evitando così di inimicarsi la ricca famiglia di don Fabrizio, e permettendo ad Angelo di crescere e studiare da “libero”. Le vicende personali – la morte per parto della giovanissima moglie Valentina, la morte di Sofia, il secondo matrimonio con donna Margherita, la sua elezione a sindaco del paese – si intrecciano con la vita del paese. Diventato adulto, Angelo riesce a fare del bene alla comunità: arricchisce il Comune con opere pubbliche invise ai “prinzipales”, riesce a difendere e aumentare il bosco che protegge il paesino dalle devastazioni geologiche e dallo sfruttamento dei continentali.

Angelo diventa tuttavia un possidente, incapace di capire fino in fondo la realtà drammatica: quando l’esercito spara sui minatori che attendono in sciopero la conclusione di un accordo con il padronato, aiuta il capo del sindacato a fuggire ma non riesce a trarne le conseguenze estreme che invece quello ne deriva, la scelta di una rivolta. Angelo tuttavia riesce a coronare il sogno della sua vita: ridare al Comune i terreni e le foreste toltegli dall’infame legge delle chiudende. Vecchio, è colto da un colpo apoplettico nel corso del carnevale, quando gli si rivela che l’ “ombra” della follia e dell’odio non è mai stata debellata dalla ragione e dal progresso dalla moderazione della ragione, ma è ancora presente e alla fine si mostra decisivo. 

VOCI DI DONNA

di e con Monica Corimbi 

Musiche Fabio Coronas

Uno spettacolo per riconoscere

lo stereotipo, il silenzio che sigilla la violenza maschile sulle donne, le parole che uccidono la dignità, che minimizzano il problema e l'orrore.

Una scena nuda per mettere a nudo la violenza sulle donne. Il rapimento, il ricatto sessuale e psicologico, le botte: una costellazione di efferatezze che molti uomini compiono su molte, troppe donne. Ma la violenza non si ferma con l’atto in sé: prosegue subdolamente in un clima sociale che spinge all’omertà e alla vergogna, che fruga pettegolo nei dettagli imbarazzanti, che condanna infine la donna per “essersela cercata”. Uno squarcio oltre le pareti domestiche, oltre la saturazione mediatica priva di senso. Un canto ininterrotto sulla differenza di genere.

"ARRAUND" CASTEDDU

Con: Giovanni Carroni

 Musiche: Pierluigi Manca e GianPaolo Selloni  

 

Sergio Atzeni (giornalista e scrittore; nato a Cagliari nel 1952, e morto tra le acque intorno all’isola di San Pietro il 6 settembre 1995) è da annoverare tra gli scrittori “affabulatori” , tra i raccontatori di storie, con la passione per il paradosso e la provocazione, con lo sguardo ironico di chi ha vissuto l’euforia e il disincanto delle scelte controcorrente.  

Sergio Atzeni attinge, come nella maggior parte dei racconti, a spunti vagamente autobiografici, o che si compiace di far credere tali, e io ci credo. Materiali magmatici, fatti di ricordi, letture, riflessioni, osservazioni della realtà cruda e poetica, che spingono dall’interno e che attraverso il racconto cominciano a prendere il “volo”, a farsi narrazione più ampia e complessa.  La scelta dei brani  l’ho fatta sulla base dei “piaceri del testo”, tenendo conto in particolare dei materiali riferiti alla sua Cagliari, colorita  e dinamica, informe e magmatica. Adattando , a tratti, la narrazione alla varietà sarda del campidanese o logudorese , come a lui piaceva intrecciare .

Atzeni si fa personaggio del mondo che racconta, e in una progressione visionaria chiama l'umanità perduta della sua Cagliari e del mondo intero a tornare attraverso sos contos . Nelle sue narrazioni è sempre  la gente  che diventa protagonista . La gente perdente, emarginata, malata,  reietta dei sobborghi cagliaritani.  

I diversi racconti  di Atzeni sono contraddistinti da un tema musicale-base che viene sviluppato con soluzioni in parte lasciate all’improvvisazione. 

Giovanni Carroni

OLTRE IL FILO SPINATO

 

 

Un percorso nella memoria attraverso quaderni, diari, tracce scritte, storie di donne e di uomini morti e di pochi sopravvissuti all’inferno dei campi di concentramento. La drammaturgia si compone con le parole di Etty Hillesum, Elie Wiesel, Peter Weiss, Primo Levi, Ruth Kluger, Elisa Springer, per rappresentare la resistenza e la resa di fronte al tentativo di annientare la dignità delle persone.