Le parole da salvare

 Grazie a tutti gli amici intervenuti sabato 27 marzo, in occasione dell’evento LE PAROLE DA SALVARE, per il loro prezioso contributo.

Grazie per le parole di cui ci avete fatto dono .

#paroledasalvare

Vorrei che tutte le parole portate il 27 riverberassero ancora a lungo, per sentirci ancora comunità coesa e dare così la possibilità a chi non c'era di nutrirsi di quelle parole urgenti portate con tanta generosità da tutti voi.

GRAZIE ancora . Giovanni Gusai ha accettato l’invito e ci fa dono della sua parola.

 

 

"Bocheteatro mi ha chiesto una parola da salvare dalla pandemia e dalla rassegnazione che ha generato.

Qua sotto il testo del mio intervento.

Come per tutto ciò che richiede disciplina, anche la questione dei salvataggi è una faccenda complicata.

Per esempio, i bagnini stagionali con le schiene tese e abbronzate. A loro basta un corso in piscina, un’adeguata capacità polmonare e la giovinezza: sanno che durante la stagione balneare estiva si innamoreranno, e quello è sempre un buon modo per salvarsi, un modo semplice, intanto che si scruta l’orizzonte in attesa di qualcuno da recuperare. A volte, però, salvare è una faccenda subdola. Spendi settimane della tua vita ad imparare come si fa, se sei capace diventi un professionista, e quando cominci ad avere le idee chiare rispetto al tuo ruolo speri di non dover mai mettere in pratica niente di ciò che hai imparato. Mi immagino gli zaini sempre pronti dei soccorritori alpini, accanto all’uscio delle loro case e nei cofani delle loro automobili: dentro c’è un mondo di ramponi, caschi, imbraghi e corde, moschettoni, discensori, torce, coltelli – i salvataggi spesso diventano avventure; ed è un universo di codici, regole e manovre, sangue freddo e disciplina metodica, una questione di coraggio e di pietà. Non ci sono domeniche e non ci sono pranzi di Ferragosto. Salvare può diventare una faccenda terribilmente seria.

Come si fa a salvare le parole? Dove si impara, dato che sono sempre state loro a salvarci? E chi ci insegna a sceglierne una soltanto, che sia quella giusta?

Mettere in salvo, costruire la salvezza, equipaggiarsi per un salvataggio: è roba da umani. Folli abbastanza da credere di essere rilevanti, di detenere un potere sulle cose e sul tempo. Se dovessi scegliere una sola parola, meritevole di un’attenzione tanto nobile: che sia la parola con la quale ci riconosciamo.

Salviamo il termine che identifica senza discriminare, il nome che diamo agli spiriti creativi singolari, a quelli che accendono l’arte e sono capaci di costruire le amicizie. Prima degli sguardi e delle mani, senza ricorrere alla nomenclatura della nostra specie, abbandonando ogni giudizio, esiste un modo di chiamarci adeguato alla volontà di salvezza che tentiamo di esercitare stasera. Poiché i vocaboli sono solo ciò che significano, credo se ne debba scegliere uno che serva a dire qualcosa di importante.

Salverei persona, la parola nata per indicare le maschere del teatro dell’antichità, e che adesso ha finito per indicare la singolarità dell’essere umano nella sua pienezza individuale. L’ho scelta per tre motivi.

Uno: perché in questo tempo abbiamo imparato a convivere con il concetto di maschera – viviamo seminascosti, con il volto a metà, e si manifesta di noi solo ciò che esprimiamo ad alta voce. Non è necessariamente un male.

Due: perché questo è un teatro, ed è sensato ricordare cosa significhi, nel profondo, mettere in scena la vita – soprattutto quando questa possibilità ci è negata, e disimpariamo quanto sia necessario perpetuare quel rito laico.

Tre: perché le parole mutano e si riadattano, cambiando di significato. È così anche per gli individui da salvare, no? Uno va in spiaggia convinto di essere un turista e finisce per essere un naufrago, va in montagna per diventare scalatore e dev’essere portato via come un disperso qualunque.

Salvo persona per ciò che significa. Per portare in salvo, con lei, gli esseri umani trattati come numeri di statistica, le cui richieste esistenziali più profonde giacciono inascoltate o accomunate da soluzioni miopi e superficiali – lavoratori, disabili, malati terminali; perché facciamo memoria di bambini e ragazzi da riportare a riva, contati come palline di legno su un abaco, sottostimando la loro natura vulcanica e curiosa e fingendo di non saper immaginare il futuro al quale li stiamo condannando; per la salvezza delle donne e degli uomini del comparto culturale, disastrosamente trascurato. La loro attività in questo tempo ci avrebbe accompagnato a diventare più lucidi, più sensibili, più empatici.

Persone migliori, forse; appigliate al salvagente gettato da un ragazzino o appese all’imbrago di un soccorritore navigato. Presi in salvo dal potere salvifico dell’immaginazione.

Per contrastare le onde, per sopravvivere al vuoto. Salvo persona, così forse ci salviamo noi."

Giovanni Gusai

Abbiamo pensato ed organizzato l’evento #paroledasalvare in pochissimo tempo, appena 7 giorni. Dopo un primo momento di smarrimento dovuto alla notizia della nuova chiusura, ha prevalso la voglia di incontrarsi, di stare di nuovo insieme, di dare un segnale a chi ci chiedeva a gran voce di esserci.

E INSIEME è la parola salvata da Monica Murru che ha accettato il nostro invito senza esitazione. Ecco la sua parola

"INSIEME è la parola che ho scelto perché rappresenta l’esatto opposto della condizione che stiamo vivendo ora dove la parola chiave è DA SOLI.

Da un anno a questa parte abbiamo dovuto disimparare una serie di comportamenti che, da sempre, fanno profondamente parte del nostro modo di vivere; abbiamo smesso così di stringerci la mano, di abbracciarci, baciarci, toccarci, di mangiare insieme e di lavorare insieme; abbiamo imparato ad avere paura ed a percepire l’altro come un nemico, come un possibile untore irresponsabile e sciagurato.

E lo abbiamo imparato così bene che un nostro concittadino ci può morire accanto, da solo, e noi non ce ne accorgiamo, se non 5 mesi dopo!

Ora, se in questa situazione la cautela è d’obbligo, così come le necessarie misure volte alla sicurezza di tutti – perché tutti hanno diritto alla salute - ciò che non lo è, è la mancanza di empatia, di umanità, di compassione!

Ecco perché, al di là dei numeri dei contagi, dei ricoveri, dei decessi, onestamente, ciò che mi pesa di più in questa condizione di vita sospesa è l’enorme quantità di indifferenza quando non di odio che si percepisce ovunque; tracima dalla stampa, dalla Tv, dai social, dalla strada e purtroppo nessuna categoria ne è immune; si è cominciato contro i runners che, col loro vizio di correre ovunque, andavano spargendo per l’aria molecole di virus, si è proseguito contro gli studenti e i giovani in genere, prepotenti, viziati e insofferenti alle restrizioni, contro i vecchi, inutili ed improduttivi, contro i detenuti, mafiosi delinquenti da tenere per sempre in carcere dove, tra l’atro, non rischierebbero alcun contagio, contro le partite IVA, evasori rivendicanti illegittimi “ristori”, contro i dipendenti pubblici che stanno a casa a lavorare in pigiama ed a girare il sugo, contro gli avvocati che chiedono ila prelazione al vaccino al pari dei magistrati.

Che dirvi? È davvero un delirio, una tristezza! Tanto più che ciò che potrebbe darci una mano in questa statica e paludosa situazione è messo nella condizione di non farlo; tutti i luoghi di cultura, socialità e sport sono chiusi, tutti gli spazi in cui la creatività, la fantasia e la libera energia potrebbero liberamente svilupparsi e crescere sono inaccessibili, fino a data da destinarsi!

Anche per questo ho accettato di buon grado l’invito di Monica Corimbi e Giovanni Carroni che con Bocheteatro rappresentano una pietra miliare nella cultura e nel panorama creativo di questa città e con cui ho sempre proficuamente e gioiosamente collaborato. Ebbene, credo che si debba ripartire proprio da qui, considerando la rinascita come un obiettivo di tutti.

Perché come ho imparato da Don Milani, figura cardine nella mia formazione personale e professionale, “il mio problema è quello degli altri! Uscirne insieme è buona politica, uscirne da soli è avarizia”!

E a Nuoro, io lo so, prevalgono i coraggiosi!"

Monica Murru

Nel cortile del nostro Teatro che è Teatro di tutti, nel campetto San Giuseppe, il 27 marzo hanno risuonato le #paroledasalvare.

Sono già tante quelle ascoltate, raccolte e scritte e altre ne arriveranno...

Ci sentiamo custodi di un focolare crepitante e accogliente.

Salviamo le parole ma soprattutto i luoghi della cultura

Rita Mele salva la parola REALE

“La parola che vorrei salvare è la parola REALE, che è l’esatto opposto della parola VIRTUALE , PAROLA che in questo ultimo anno, purtroppo ha travolto e stravolto tutti i musei d’Italia.

Parlo a nome del Museo delle Maschere Mediterranee di Mamoiada, si tratta di un piccolo Museo in un piccolo paese…lo evidenzio perché tra un museo in una grande città e un “piccolo museo” la differenza è abissale!!!

Quello delle maschere non è solo un museo, noi amiamo chiamarlo spazio. SPAZIO ABITATO. Un luogo vivo dove si raccontano e si ascoltano delle storie, si vivono delle emozioni, si impara a conoscere e a tramandare la storia locale e le nostre tradizioni, si scoprono riti ancestrali…… uno spazio dove ancora ci si meraviglia.

Lo fanno soprattutto i bambini quando vengono a trovarci: facce di paura, stupore, ma allo stesso tempo sono affascinati e attratti dall’ ancestrale mistero delle maschere..…Per loro vige un'unica regola: NESSUNA REGOLA! A loro è consentito toccare le maschere, accarezzare le pelli, suonare i campanacci, parlare e confrontarsi ad alta voce.…perché è così che vogliamo si debba vivere questo museo.

Da circa un anno, improvvisamente, il mondo dei musei è diventato pressoché VIRTUALE: (come se il social media manager o l’addetto alla tecnologia fosse lì, in stand by, pronto all’ingaggio).

Virtuale in tutti i sensi… visite guidate virtuali, laboratori virtuali, webinar, incontri, corsi, riunioni, …tutto tristemente virtuale.

Niente era più percepibile, eppure il Museo esiste……… è comunque uno spazio fisico: Ci sono porte, finestre, pareti, quadri, reperti. Ci sono anche storie, memorie, personaggi, leggende.

Pensate…ci sono anche addetti che ci lavorano!

Siamo guide, curatori, direttori, custodi, educatori…..

E Anche noi, improvvisamente, siamo diventati virtuali…..SOSPESI, incastrati nelle varie sale di uno schermo-

Ora….Siamo consapevoli che tra le responsabilità di un Museo c’è anche quella di prendere gli avvenimenti del passato e mostrarli in contesti contemporanei con il fine di portare informazione e intrattenimento al pubblico: “tempi moderni chiamano misure moderne”

Stare al passo con i tempi, o far fruire il museo con l’uso delle nuove tecnologie, non è solo una responsabilità. E anche una grande OPPORTUNITÀ’- E’ doveroso ammetterlo!

Pensate……il nostro museo può attraversare il mare con un semplice click, accessibile a tutti senza muoversi di casa.

Ma non possiamo e non vogliamo essere SOLO questo. Non vogliamo essere solo un click. Dietro quello schermo c’è un percorso reale, tangibile, che non può essere sostituito da nessuna tecnologia.

Ci mancano le persone

Ci manca il nostro pubblico….i visitatori

Ci manca poter avvertire un accento straniero

Ci mancano i bambini le famiglie.

Ci manca lavorare...

Non vogliamo più stare chiusi.

I musei, come TUTTI i luoghi della cultura, non sono dei luoghi pericolosi.

Le nostre realtà non sono luoghi di assembramento!

Si è soliti pensare al museo come luogo per turisti, è invece anche uno spazio per la comunità e della comunità: in più occasioni diventa luogo di intrattenimento, uno spazio per l’incontro e lo scambio, ospita diversi eventi culturali, assolvendo ad un ruolo sociale fondamentale per un piccolo paese come Mamoiada.

I musei sono dei luoghi sicuri…. Non solo per il COVID, sono sicuri perché proteggono da un altro pericolo, decisamente più concreto, il pericolo dell’oblio. Dell’ignoranza. Dell’appiattimento mentale.

Questi sono pericoli REALI.

La cultura è ormai sentita anche come cura della persona;

Un museo aperto fa bene a chi lo visita e fa bene a chi ci lavora.

Un museo aperto, come anche un teatro pieno, un concerto in piazza, un film al cinema, un evento culturale, saranno una vera e propria cura per l’anima. Oggi più di prima…

Rivogliamo il nostro mondo REALE”

Rita Mele

“La cultura non sostenuta dal buon senso è raddoppiata follia.”

B. GRACIÀN

Il teatro è chiuso al pubblico da oltre un anno, ma l’incontro del 27 marzo #paroledasalvare è stata l’occasione per dare voce all’iniziativa, UNA SEDIA PER ZAKI, partita dalla Scuola Media n.1 San Pietro di Nuoro, e che abbiamo fortemente sostenuto. Abbiamo esposto tra il pubblico la sagoma di 𝗣𝗮𝘁𝗿𝗶𝗸 𝗭𝗮𝗸𝗶, studente egiziano impegnato nella difesa dei diritti umani, arrestato ingiustamente più di un anno fa. La sagoma è disegnata dal fumettista Gianluca Costantini, noto per le sue opere di graphic journalism.

Alla manifestazione LE PAROLE DA SALVARE sono intervenute alcune studentesse e l’insegnante Carla Colomo che ha salvato la parola PERSEVERANZA

“Ho un privilegio, anzi due: sono un’insegnante e lavoro con le parole (insegno Lettere!!!).

Ogni giorno i miei ragazzi scrivono sul loro taccuino il pensiero o la parola del giorno, sintetizzando in poche righe o con una parola sola il loro universo interiore, un seme nascosto che piantano nella terra della consapevolezza di sé, di chi sono, cosa desiderano, cosa soffrono...

“Sorrido faticando” ha appuntato una di loro qualche giorno fa, significando lo sforzo di essere felici a 13 anni, nonostante la paura, le incertezze, i distanziamenti, i volti a metà fatti di soli occhi, nonostante noi adulti che li vorremmo zitti, buoni, calmi, ubbidienti e silenziosi.

Forse li preferiremmo muti. “Chiacchiera” si lamenta qualche mio collega con il genitore di turno, invitandolo ad intervenire per quelle parole di troppo. Se li lasciamo chiacchierare i nostri ragazzi sanno dire parole come rispetto, libertà, condivisione, diritti. E le sanno anche scrivere, come quelli della mia classe terza che si sono affezionati a Patrick Zaki, giovane studente egiziano detenuto ingiustamente da più di un anno, e hanno scelto di scrivere a chi in città si occupa di cultura, per invitare a ricordare Zaki nei teatri, nei musei, nelle librerie e biblioteche e, insieme a Zaki, ricordare tutti coloro che hanno perduto la libertà a causa delle parole che gridano libertà. Quegli stessi studenti hanno accettato con entusiasmo l’invito a essere presenti al di fuori di Bocheteatro che tante volte, quando si poteva, avevano calpestato. Perché da quel teatro e dagli attori che ci sono passati hanno ricevuto in dono tante parole che li hanno fatti divertire, commuovere, riflettere. Hanno pensato fosse giusto restituirle masticate, vissute, nuovamente rise o sofferte quelle parole, sedendosi all’aperto di un teatro che celebrava, chiuso, la sua giornata mondiale. Esserci, hanno gridato muti e io con loro, affidando all’aria di un sabato pomeriggio di fine marzo il loro sillabare: danza, pace, bellezza, meraviglia, shoganai...Perseveranza, questa la mia parola da salvare, che sottende un impegno e una responsabilità, quella di continuare con passione a far crescere i ragazzi nella cultura, nel pensiero critico, a far maturare in loro il senso di giustizia, di amore per la verità, del rispetto per sé e per gli altri. Farli crescere con le parole, soprattutto quelle belle che ascoltano nei libri che leggiamo insieme, ogni giorno, perseverando.”

Carla Colomo

Riverberano ancora le parole salvate il 27 marzo nella giornata mondiale del teatro, #paroledasalvare è stato un momento di confronto, di incontro, un occasione per guardarsi occhi negli occhi e persino sorridere di questo tempo assurdo che stiamo vivendo. Angelo Mazza col suo talento ci ha regalato uno dei momenti più ironici della serata, quanta verità in questo dialogo su Classroom tra studenti, tutor e professori! Io ci ho visto anche tenerezza e smarrimento, chi lavora con i ragazzi sa di cosa parlo...

Grazie Angelo Anz!

Visitate il suo blog, ne rimarrete affascinati...

https://angelomazza.art.blog/non-e-vero-che-nessuno.../

ARRIVEDERCI è la sua parola

“Oggi c’ho scuola con questa specie di cellulare. Lo schermo è scuro, e poi è spaccato. C’è un taglio storto che parte in basso – dove c’ho messo un pezzo di scotch marrone sennò se ne usciva il vetro o quel pezzo di plastica, lah! – e ha camminato fino a su. Isu, le otto e trentacinque o trentanove?

tic tic tic tic...

«Mi mandate il codice?» scrivo in chat.

tic tic tic tic...

«Codice?» risponde uno di scuola che non capisce mai.

tic tic tic tic...

«Eh quello della lezione... non riesco a entrare!»

tic tic tic tic...

«Boh io non ce l’ho!»

tic tic tic tic...

«Sicuramente il prof non ha ancora iniziato» mi avvisa un altro.

bip.

«Non hanno connessione in classe compa’! Sono poveri!» è il messaggio vocale di compare Gusai, che è lì a scuola perché fa parte del gruppo 2.

tic tic tic tic...

«E tando avvisate quando iniziano».

Boh, io nel frattempo mi addormento perché quando non vado a prendere il pullman sto a letto. Mi sveglio e codice non ce n’è, ma il tutor mi ha appena scritto in un’altra chat.

«Cosse’, dormendo? Dove sei?»

tic tic tic tic...

«A casa, professo’. Dove dovevo essere? Guardi che ho avuto problemi con la connessione. Può avvisare? E mi manda il codice?»

tic tic tic tic...

«Ogni volta la stessa storia. Non riesci a entrare direttamente da Classroom?»

tic tic tic tic...

«Non so come fare!»

Dopo un po’ arriva la sua risposta: «Va beh, Pasqua’. Aspe’... Ecco, prova ora. Intanto avviso il professore.»

tic tic tic tic...

«Grazie professo’» scrivo, anche se non capisco la differenza tra professore e tutor. Boh.

Metto il dito su quel link blu che mi ha spedito e lo schermo cambia colore, si apre una specie di finestra. Di colpo sento una voce e poi un’altra, e poi non ci capisco più nulla. Vedo solo gli occhi del professore della prima ora che guardano da un’altra parte, gli altri dal vivo, e poi sotto di lui le facce di quelli come me che stanno a casa. Bocca del professore non se ne vede perché ha la mascherina.

Attivo il microfono. «Buon giorno.»

«Buon giorno» mi saluta. Ha abbassato gli occhi per cercarmi, anche se io non mi faccio vedere. «Con calma, eh!»

«Eh professo’, non mi faceva entrare!»

«Ragazzi, silenzio!» ha detto lui nuovamente guardando davanti. «Ma perché ti stai alzando? Metti il cellulare a posto. Ho detto di mettere il cellulare a posto! Gusa’, siediti, dove stai andando?»

«A igienizzarmi le mani»

«Mazza, la mascherina! ma quante volte te lo devo dire? Fate silenzio! Brocca, cosa vuoi? No, non ci vai in bagno! Mi fate salutare il vostro compagno? Gusa’, hai finito di igienizzarti le mani? Torna a posto. Su-bi-to! Mazza, non te lo dico più: la mascherina deve coprire anche il naso. Oh!». «Professo’, posso salutare gli altri?» dico io allora.

«Cosse’, attiva la fotocamera e spegni il microfono.»

«E non la sento bene se attivo la fotocamera! Si interrompe tutto!»

«Ti ho detto di spegnere il microfono e di attivare la fotocamera. Fatti vedere. Questa è una LEZIONE! Sei a SCUOLA!»

Mi siedo sul letto e cerco di mettermi qualcosa in testa perché ho ancora il segno del cuscino. Ecco, una papalina. Accendo e lo schermo si ferma. Le voci sono tutte a singhiozzo, ora. Glielo dicevo.

«Gsa’, t met la not... ’n ti siedi. Bast! Stavm dicnd... stavam dicendo che la diffrnz tra costat e frntina sta anch nel tagl... osso a t, infatti sapete cm si chm in inglese?»

«B...»

«Boh»

«T... t... t... bnnnn»

«Professo’, posso spegnere la fotocamera? Non ci sto capendo nulla, mì!»

«Comp!» riconosco la voce di Gusai. «Mmm mi manch... iiii!»

Spengo e ricambio: «Professo’, mi può salutare Gusai?»

«Ma come te lo devo dire che devi tenere la fotocamera accesa?»

«Non ci capisco nulla se l’accendo».

«Confermo». Ha appena parlato il tutor, entrato in aula. «Cosseddu ha un cellulare vecchio.» «Posso spegnere allora?»

«Spegni, ma cerca di seguire.»

Il professore spiega per un’altra mezz’ora, ma anche se ora la voce non si spezza, non è che ci capisco molto. E pazienza. Tanto domani tocca a me andare a scuola.

Alle 9:15, Mameli, un altro compagno che sta casa, attiva il microfono e dice: «Prof, sono e un quarto. Possiamo uscire noi?»

«Sì, voi a casa chiudete» dice il prof.

«Grazie, professo’.»

«Arrivederci, professo’»

«Ciao.»

«Arrivederci, pro’.»

«Arrivederci, ragazzi!»

«Arrivederci, professo’!»

«Chiudi, Ruba’, sennò ti devo sbattere fuori!»

«Arrivederci professo’!»

«Arrivederci. Forza, uscite. Devo interrompere la registrazione!»

«Arrivederci, professo’.»

«Aaar...rivederci.»

«Professo’» faccio io. «Mi può salutare Gusai?»

«No! Chiudi, Cosse’!»

«Arrivederci, professo’. Ci zentiamo!».

«Cosse’, finiscila. Ciao.»

«Arrivederci, pro’.»”

Angelo Mazza