SOS SINNOS

 

"Ci sono cose che per comprenderle ci vuole tempo ed esperienza e cose che quando uno ha esperienza non capisce più. Cose che per fortuna si dimenticano e cose che per fortuna si ricordano; cose che si credono dimenti- cate e che invece all'improvviso ritornano alla memoria ".

 

Pubblicato postumo nel 1983 (ed. Della Torre, Cagliari) a tré anni dalla morte prematura dell'autore Michelangelo Pira, intellettuale che ha lasciato un grande vuoto nella cultura isolana, Sos Sinnos (I segni) rimane il tentativo più importante di usare la lingua sarda, nella varietà bittese, per un'opera di respiro mondiale, che facesse propri gli esiti più importanti della letteratura e delle scienze umane del'900.

Raccolti e ordinati da Bachisio Bandinu, amico e collaboratore di Pira, i materiali sono scanditi in cinque parti. Con un percorso di derivazione analitico, la prima, Su tempus de su parpu e de s'arrastu (Il tempo del tasto e del fiuto), segna il passaggio dall'immateriale alla natura e all'incarnazione nell'umano, con la coscienza del vivente che esprime versi inarticolati. Questi poi, lentamente, si fanno parola e quindi scrittura, ma a-semantica, quasi geroglifica, che solo Su deinu (L'indovino), che da il titolo alla seconda parte, sa interpretare.

Nelle due parti successive L'Autore entra dunque nell'universo dei personaggi de sos contos (i racconti) di Bitti, suo paese natale. Avendo ben presente i rischi del realismo e del folclorismo, il mondo pastorale narrato da Pira anche nell'aneddoto Milianu (Emiliano) assume una forte carica simbolica che conduce all'iperrealismo de Sa cramata de sos mortos (La chiamata dei morti).

Nell'ultima parte, più scopertamente, l'Autore stesso si fa personaggio del mondo che racconta, e in una progressione visionaria chiama l'umanità perduta del proprio villaggio e del mondo intero a tor nare A sa Libra, malgrado sia una crastazza, una pietraia buona solo per le capre, luogo simbolico di una perduta pienezza dell'umano: gana de ponnere raichinas in un dunu locu prezisu, gana de aer zente de arrejonare, e zente e cosas de toccare, ca su ider'e intendere zente chi bivet in campanar de vridu no mi bastà prusu. Su istare in totue est un'istare in neddue (voglia di mettere radici in un luogo preciso, voglia di gente con cui parlare, e gente e cose da toccare, perché vedere e sentire gente che vive in campane di vetro non mi basta più. Stare in ogni luogo è stare in nessun luogo).

Sos Sinnos è un progetto teatral-sonoro nel quale i testi, dal romanzo di Michelangelo Pira, entrano nella musica, la seguono e ne sono indipendenti, costituendo un arricchimento semantico del linguaggio musicale. Parole e musica si incrociano moltiplicando ed enfatizzando suggestioni e rimandi; il testo viene valorizzato dalla musica e viceversa, una gratifica l'altro: le immagini, le atmosfere e le situazioni emotive che la musica evoca sono profondamente congeniali a quelle richiamate dal testo, così reciprocamente solidali e intime che sembrano appartenere a un medesimo linguaggio.

Un lavoro che esprime la volontà di recuperare e consolidare radici, identità e consapevolezza, di non disperdere una memoria dei valori e dei luoghi. In altre parole, dischiude un mondo nel quale ciascuno può ritrovarsi e riconoscersi.

Un approccio musicale e teatrale all'opera di Pira realizzato da un ensemble di artisti diversi; musicisti noti e operanti ormai da anni in Sardegna e in campo nazionale, la cui formazione jazzistica ha portato a lavorare sullo sviluppo di temi stabiliti: i cinque momenti del testo sono contraddistìnti da un tema-base che viene elaborato con soluzioni in parte lasciate all'improvvisazione. Il ruolo degli strumenti è stravolto: i temi sono affidati al violoncello di Salvatore Maiore, contrappuntati dal sassofono contralto di Sandro Satta, mentre la parte ritmica è affidata alle note gravi del pianoforte di Paolo Carrus e alle percussioni basate sui tamburi di Roberto 'Billy' Sechi.

Gli attori provengono da varie esperienze e organismi teatrali: Carroni di Bocheteatro di Nuoro, Maurizi de La Botte e il Cilindro di Sassari, Monticelli, milanese e sardo di adozione, e Piludu dei Cada die di Cagliari. La scelta dei brani è stata fatta dagli interpreti sulla base dei rispettivi 'piaceri del testo', tenendo conto della materia informe, magmatica, di un'opera non compiuta alla quale Pira voleva dare la forma-romanzo. Gli attori hanno adattato i testi sulla base dell'area e del dialetto di provenienza, e nella suite si intrecciano dunque bittese, italiano, logudorese.